Dillo in esperanto, e chiuderai la bocca all’inglese




I sostenitori della lingua artificiale inventata da Zamenhof vogliono che l’Europa la adotti. Per fermare lo strapotere angloamericano

Bonan tagon . Sembra un errore di stampa. Invece vuol dire buongiorno in esperanto, una lingua che ogni tanto torna alla ribalta come possibile idioma internazionale. Adesso sono i radicali a farsene paladini. Vorrebbero imporla come lingua ufficiale dell’Europa Unita. Giorgio Pagano, uno dei seguaci di Pannella, addirittura si è messo a digiunare 9 giorni fa con l’intento di smuovere il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. «Aveva promesso di convocare una conferenza europea sulle lingue durante il semestre di presidenza italiana», spiega Pagano. E finché il ministro non si decide, lui giura di non toccare cibo. L’esigenza di un linguaggio comune europeo è più che evidente. Nell’Europa a 25 si parleranno 20 lingue nazionali, con grandi problemi di traduzioni, di stesura dei documenti ufficiali, di tensioni fra inglesi che premono per imporre la propria lingua, francesi che non ci stanno, tedeschi e italiani sicuri che anche il loro idioma abbia la dignità necessaria.
«L’esperanto - argomenta Pagano - elimina questi problemi. Può diventare una lingua federale usata in tutti gli uffici pubblici europei. Lasciando sopravvivere le lingue nazionali, senza farle sopraffare dall’inglese. E’ assurdo che il modo di esprimersi di una nazione debba propagarsi a tutti gli altri europei. L’inglese è diventato come la tessera fascista: se non ce l’hai non lavori».
L’esperanto può essere la soluzione? Sì, secondo Fabrizio Pennacchietti, esperantista e docente di filologia semitica all’Università di Torino. «Basterebbe essere un po’ meno ossequiosi verso il potere dominante che tende a ficcare in testa a tutti il proprio linguaggio. La lingua è anche una forma di dominio».
L’idea con cui un giovane ebreo polacco, Ludovico Zamenhof, elaborò nel 1887 una grammatica tutta sua era completamente diversa. Lui aveva intenzione di dare agli ebrei dispersi in Europa un idioma comune. Lo chiamò esperanto (colui che spera), un misto di parole neolatine e centroeuropee. Gli ebrei preferirono il vocabolario ideato da un altro ebreo polacco, Isacco Perelman. Ma sorprendentemente l’esperanto migrò verso altre culture. Dapprima furono i cattolici a tenere all’inizio del ’900 un convegno per discutere la possibilità di dare all’esperanto una dimensione internazionale. Poi l’idea di una lingua unificante e facile da apprendere incantò i gruppi socialisti che per molti anni si fecero sponsor dell’invenzione di Zamenhof. Tuttavia l’esperanto non è riuscito a sfondare, rimane un po’ confinato nella cerchia degli specialisti. La diffusione però si allarga. Oggi si tengono convegni un po’ dovunque. L’ultimo a Rimini in piena estate. I cinesi, per ragioni politiche, sono fra i maggiori promotori di questa lingua da loro vista come l’antagonista dell’inglese. Radio Pechino mette in onda trasmissioni in esperanto.
Su internet migliaia di siti sono in esperanto. La Chiesa cattolica ha un messale e un breviario in questa lingua che a Natale e a Pasqua usa anche il papa quando rivolge il saluto a tutto il mondo. I dittatori invece sono nemici dell’esperanto: Stalin, spaventato dall’idea di una comunicazione globale, spedì in Siberia i docenti di esperanto. Hitler temeva che gli ebrei potessero usarlo «per dominare il mondo». Neanche Saddam Hussein gradiva e buttò fuori dall’Iraq gli esperti di esperanto.
Ora si ripropone il dilemma: l’esperanto può essere il passaporto che ci salverà dalla confusione? Oppure bisognerà diventare tutti poliglotti come Lancelot Andrewes? Visse all’inizio del ’600 e conosceva tante lingue che dicevano di lui: se fosse stato presente alla torre di Babele si sarebbe evitato il caos.