Il mio Vietnam, tra i ‘montagnard’ e la sporca guerra (II puntata)




Il viaggio

Dopo aver temuto il peggio a Hue, scossa da uno dei suoi tanti micidiali tifoni, giunsi a Danang dove a China Beach - la spiaggia dei marines in vacanza premio - di nuovo incontrai “la sporca guerra” nei volti di alcuni reduci di guerra australiani in viaggio-terapia. Lo “strizzacervelli” (si prenda cura delle virgolette) che li aveva in cura aveva loro suggerito per alleviare i ricorrenti incubi notturni di ritornare sui luoghi delle battaglie. Uno di loro, senza una gamba, sperava veramente di vincere questa sua personale battaglia per la serenità, la più difficile. Spero abbia avuto successo. Ludicamente mi riposai per una settimana a Natrang, disteso ad arrostire al sole sulla più bella spiaggia del sud est, anche se in Thailandia e in Toscana, devo dire, avevo visto di meglio.

Mi spostai successivamente verso la DMZ, la Zona Demilitarizzata, creata nel 1954 con gli accordi di Ginevra allo scopo di dividere amministrativamente il Viet Nam in due zone, il Nord dal Sud; un tratto di territorio collinare largo circa 20 chilometri, lungo le due rive del fiume Ben Hai, dal confine laotiano al mar cinese del sud. Incredibile. Non tanto per la pur ricca storia quanto per la percezione di devastazione che si respirava nell’attraversarla. La diossina, l’agente arancione e i defolianti, vomitati massicciamente dai bombardieri a bassa quota, avevano regalato alla zona un aspetto orribile, spettrale. In tutta la DMZ solo qualche ciuffo di erba qua e là mi ricordava di non essere sulla Luna. La vegetazione praticamente inesistente era stata rimpiazzata da venditori di souvenir: abili contadini, senza lavoro e per lo più senza gambe o braccia a causa della pessima bonifica del terreno dalle migliaia di mine antiuomo.

Cercavano di rifilarmi, continuamente, ad ogni tappa del tour, falsi accendini Zippo di militari americani morti in guerra (ma non avevano veri Zippo, i soldati Usa?), schegge di bombe o altri ricordini dello stesso tenore. Visitai anche il sito che dette vita alla tradizione giornalistica della guerra in diretta tivù “minuto per minuto”: la mitica base di combattimento di Khe Sanh, dove nel 1968 ebbe luogo una delle battaglie più sanguinose del conflitto. Oggi è un fangoso Memoriale per le truppe con la stella gialla a cinque punte su sfondo rosso, letteralmente coperta, in alcuni punti, da un tappeto di bossoli e pallottole arrugginite. L’ultima tappa del mio tuffo virtuale nella guerra fu la rete di tunnel di Vinh Moc, una città per formiche realizzata dall’uomo, per l’uomo. L’escursione nella DMZ si svolse proprio nei giorni in cui il Presidente degli Stati Uniti era giunto in visita ufficiale in Viet Nam, una storica visita a venticinque anni dalla sconfitta americana e dopo la firma USA nel luglio 1999 su una prima serie di accordi commerciali con Hanoi. I giornali vietnamiti trattarono molto distrattamente la visita di Bill Clinton, un po’ la snobbarono.

Il villaggio di Lat

Era giunto il momento di vedere il Viet Nam meno conosciuto. Mi recai a Dalat, l’antica stazione climatica francese, nel bel mezzo degli Altipiani Centrali. Una zona da sempre considerata di vitale importanza strategica per il governo, sia per la sua centralissima posizione che per le zone di confine con la Cambogia e il Laos. A Dalat, dopo una breve dimostrazione di alta burocrazia offertami dall’Ufficio Turistico – di Polizia - di Stato per ottenere il “timbratissimo” permesso di viaggio, raggiunsi il villaggio di Lat, alle pendici del monte Lang Bian. Bambini sporchetti, donne indaffarate, uomini a zonzo, case di palafitte, niente luce, strade fangose, torpedoni di turisti, lampi dei flash delle macchine fotografiche, venditori di souvenir (i soliti: lo Zippo, ecc. ecc.), bancarelle di cibo igienicamente poco protetto, polizia vietnamita, un paio di chiese, qualche gruppo etnico di difficile, almeno per me, individuazione.

La non voluta guida, un vero francobollo ideologico, mi chiariva passo dopo passo che questi “moi” (parola vietnamita utilizzata per descrivere le popolazioni tribali, dal significato chiaro e inequivocabile: selvaggi) appartenevano ai Ma, ai Koho, ed ai Chill. E voila’ ... mi trovavo nel bel mezzo del Parco Giochi preferito dai vietnamiti: i Montagnards. Poco mancava che la guida mi rifornisse di noccioline e le differenze con un qualsiasi zoo tropicale si sarebbero d’un lampo annullate. Ma veramente poco ci mancava. La povertà era scoppiettante, lacera e senza speranza. Nella mia macchina fotografica si tuffavano gli sguardi offesi e tristi di gente che subiva tutto, che di controvoglia sopportava una mutazione genetica delle proprie abitudini religiose, alimentari e linguistiche. Un vero strazio che avevo visto con eguale intensità solo nel Tibet occupato dai cinesi. Ma anche questo è il Viet Nam: uno occhio della rassegnazione.

I popoli delle montagne

I Montagnards, i più antichi abitanti degli Altipiani Centrali, sono in verità un raggruppamento di numerose etnie, differenti tra loro per lingua, stile di vita, tratti somatici e abbigliamento tradizionale. Durante la guerra questa fu zona di arruolamento sia per il Nord che per gli americani, e molte delle vicende che li riguardano non sono state ancora scritte nei libri di storia. I montagnards conducono un’esistenza rurale e agricola, per lo più semi-nomadica. I numerosi villaggi a dimensione pluri-familiare, raramente sono collegati tra loro con strade e molte famiglie coltivano solamente il riso seccagno, alimento base della loro povera dieta, coltivato quasi a secco e raccolto una volta all’anno. Le continue deforestazioni ad opera dell’esercito vietnamita ne impediscono una fruttuosa coltivazione. E’ in corso da anni il processo di “vietnamizzazione”, una vera e propria colonizzazione per meglio sfruttare quelle terre e per distruggere le reti di relazioni familiari, i sistemi di giustizia e di educazione che fanno dei montagnards gli abitanti più pacifici di tutto il sud est, che notoriamente pacifico non è mai stato.

Un sistema sociale basato fondamentalmente sul rispetto dell’individuo e della sua dignità, con forme di arte, musica, danza e architettura, tipiche ed esclusive di queste terre. I montagnards sono per lo più di religione cattolica, temperata però dai forti intrecci con la spiritualità animista e con il culto degli antenati. Il mio tour etnico si concluse con un tristissimo spettacolo di danza tribale, solfeggiato dal contorno dei consueti bambini, anche in questa occasione, come sempre, insopportabili, più laceri e sporchi anche di quelli già impresentabili osservati qua e là in tutto il Viet Nam. Ma sono tante, veramente tante, le etnie che compongono il popolo dei Montagnards. Ci sono i guerriglieri Hmong (mezzo milione di persone), i Jarai (duecentomila), i maschilisti Muong (un milione), i Nung con i foulard indaco avvolti attorno al capo (settecentomila), i Tai (un milione), e poi i Degar, i più attivi politicamente, i Bahnar, i Sedang, i Dao, gli Ede (i meno numerosi, circa venticinque mila persone).

Anche il turismo li sta uccidendo. Tutte le società, pure quelle tribali, si organizzano molto meglio contro la morte violenta e improvvisa e quasi mai contro quella lenta, inesorabile ma poco visibile. Apparentemente non vi sono ragioni per capire la ferocia del Governo vietnamita nei loro confronti se non quella di avere nuove terre coltivabili da offrire in dote agli affamati coloni vietnamiti. Forse però la spiegazione c’è e affonda le radici nelle feroci lotte per la sopravvivenza tra i popoli dell’Indocina, una spiegazione antica e forse per questo più semplice da comprendere: “I Vietnamiti, che invasero le nostre coste, e presero il controllo della “colonizzazione” delle nostre terre (dopo che i francesi se ne andarono nel 1955), ci chiamarono selvaggi. Il loro desiderio di sfruttare il nostro paese è iniziato con questo tentativo di de-umanizzarci, secondo quella che e' l'abitudine delle nazioni che dichiarano guerra ai paesi confinanti.

Grazie a questo, i loro soldati potevano sentirsi giustificati nel massacrarci come animali, nel privarci delle nostre terre e proprietà e nel deprivarci dei nostri diritti umani, che tante persone in questo mondo danno per scontati (dal sito web www.montagnard-foundation.org)”. C’è sempre qualcuno nella storia che definisce “selvaggio” un altro, e quando questo qualcuno si sente addirittura chiamato, per fede, ideologia, dovere morale e a volte anche politico, ad addomesticare l’altro per sconfiggerlo e per annullare il pericolo, il tratto di pensiero tra guerra di confine e violazione dei diritti umani si spezza, leggero e veloce. E’ successo e succederà, senza colpo ferire. A volte queste situazioni vengono definite, con proprietà: crimini contro l’umanità.

Altri luoghi, altre stanze

Il viaggio continuò. Con calma, ma un po’ rassegnato, dedicai il restante tempo in Viet Nam solo al perfetto binomio del turista felice, monumenti e panorami, devo dire bellissimi da queste parti del mondo, concedendomi il lusso ogni tanto di avviare qualche chiacchierata con le rare persone curiose di conoscere da dove venissi, da quale stato e a quale cultura appartenessi. Giovani o vecchi per lo più conosciuti negli Internet Cafè con la navigazione bloccata però solo sui server viet. “Italian” rispondevo. E la loro chiosa, immediata, accompagnata da una contagiante risata era quasi sempre la stessa “Paolo Rossi, Roberto Baggio, Bobo Vieri ...”. Iniziavo a divertirmi, ad avere più attenzione perfino per quei bambini fino a quel momento “insopportabili” e ai più curiosi così replicavo “do you wanna buy my Zippo?”.

Molte, altre riflessioni sarebbero forse da mettere su carta, descrizioni di luoghi, città, foreste e templi buddisti che visitai, di cibi che assaggiai e di degradazioni che pur non volendo osservai, ma per ora qui mi fermo. Il “mio” Viet Nam è solo una sbiadita cartolina, ma mi aiutò a capire meglio alcune questioni per me oscure. Trascorsi poi altre lunghe settimane in Cambogia, tra gli orrori dei Killing Fields, nelle isolette del Golfo del Siam in Thailandia e lungo il fiume Mekong, dal Triangolo d’Oro a Luang Prabang, la vecchia capitale del Laos. Il placido Paese dei templi buddisti, della guerra segreta e della gente che vive sul fiume, apparentemente serena, dove si possono trascorrere spensierate vacanze ignorando la dura repressione del regime narco-comunista di Vientiane. Il governo laotiano, grazie anche agli aiuti economici del padrone vietnamita, ha l’abitudine di cancellare dal mondo - in un soffio - chiunque osi chiedere modifiche in senso democratico nella vita sociale e politica, come è accaduto a cinque studenti laotiani scomparsi nel nulla il 26 ottobre del 1999.

Non molto tempo fa l’opinione pubblica occidentale si interessò al Laos, per seguire le vicende di cinque radicali finiti nelle carceri del medievale Paese. L’Europa minacciò pure di sospendere il trattato di cooperazione siglato con il Governo di Vientiane. A seguito del rilascio della pattuglia radicale l’atteggiamento europeo è tornato però a sorridere, velocemente. E forse solo il Governo vietnamita si ricorda ancora del segretario radicale Olivier Dupuis, arrestato a Saigon - pardon Ho Chi Minh Town! - nel giugno dell’anno scorso per essere andato in soccorso di un vecchio monaco buddista chiuso a chiave nel suo monastero, il venerabile Thic Quang Do. Ma queste sono ormai vecchie storie. Del Viet Nam mi rimane però un nitido ricordo. Dopo una giornata di cammino, di fatica e sudore, di saliscendi continui e attraversamenti di torrenti, entrai nella Pagoda Thien Phuc, dedicata a Sakyamuni, il Buddha storico. Un tempio scavato nella roccia del monte delle Impronte Profumate. Un bel posto, nascosto nel verde più impenetrabile. Di recente ho letto che il Governo talebano di Hanoi è intenzionato a smantellare questo tempio, il più importante per il buddismo Therevada vietnamita. Là, nella grotta, viveva un solo monaco: chissà che fine ha fatto? Anche questo è il Viet Nam, bellezza!