Dutroux: in Belgio una rete di pedofili protetta dalla polizia

Maria Maggiore
La Stampa



BRUXELLES

«IN Belgio esiste una rete di pedofilia, con ogni sorta di ramificazioni criminali, ma la giustizia non vuole indagare su questa pista». Potrebbero essere le parole di un mitomane alla ricerca di notorietà, ma queste dichiarazioni provengono dal più terribile dei pedofili, Marc Dutroux, arrestato nell'estate del 1996 per il rapimento, lo stupro e infine l'assassino di sei bambine, seppellite nel giardino della sua casa. Dopo cinque anni e mezzo di detenzione preventiva in attesa di un processo che tarda ad arrivare per la mole di carte, testimonianze e verbali da esaminare, Dutroux torna a parlare, anzi parla per la prima volta diffusamente lanciando dei segnali nell'unica direzione dove finora era rimasta una totale zona d'ombra: la rete criminale che l'avrebbe potuto coprire. Quanto basta per far ripiombare un Paese nello sgomento.

E' successo ieri in Belgio alla notizia che la televisione privata fiamminga «VTM» avrebbe diffuso questa sera una lunga intervista realizzata nello stesso carcere di Arlon, nel Sud del Paese, dove Dutroux è recluso. Cinquanta minuti di intervista «rubata» dal giornalista Thomas Van Hemeldonck, che facendosi passare per l'autista di un senatore, si è introdotto nella cella del pedofilo accompagnando il politico. Jean-Marie Dedecker, il senatore liberale artefice della messa in scena si trova adesso nell'occhio del ciclone per aver riaperto l´«affaire». Nell'intervista Dutroux parla della detenzione, dei suoi problemi di salute, dei vuoti di memoria e poi arrivano le accuse, gettate lì, quasi per caso, come se l'imputato numero uno del Belgio non si rendesse conto che l'istruttoria del processo è stata lunga anche a causa di quell'anello mancante, la rete di pedofilia che avrebbe usato Dutroux come «guardiano» per «usare» le bambine e poi disfarsene.

Adesso l'istruttoria è arrivata alla fine e proprio la settimana prossima il giudice Jacques Langlois, responsabile della preparazione del processo dovrebbe chiudere le indagini e dare appuntamento alle parti a fine anno per l'inizio del processo. E proprio ora, con un tempismo eccezionale, Marc Dutroux comincia a parlare. «Io ho solo tenuto le bambine, non le ho violentate. Ho avuto contatti regolari con le persone di questa rete, ma la giustizia non vuole indagare». Se fosse vero sarebbe una bomba per questo Paese che fin dall'inizio dell'inchiesta sulla pedofilia ha escluso l'esistenza di un altro livello criminale, oltre al semplice «pedofilo e killer seriale isolato».

Un'inchiesta quella su Dutroux che ha spaccato il Paese sei anni fa e contribuito, insieme ad altri scandali a far cadere il cinquantennale potere dei democristiani. Nell'estate di cinque anni e mezzo fa i belgi s'interrogavano con angoscia sul futuro delle numerose bambine scomparse in precedenza. Poi, una mattina di agosto, nel giardino di casa Dutroux vennero ritrovati i corpi di Julie e Melissa, Ann et Eefje, le prime due lasciate morire di stenti in una cantina, mentre lo stesso Dutroux si trovava in carcere per furti d'auto. E' la psicosi collettiva. Si cercano i potenti colpevoli dietro il ladro d'auto che ha rapito le bambine. Vengono fuori nomi di imprenditori, industriali e politici, come il leader del partito socialista d'origini italiane, Elio di Rupo. Niente di serio, nessuna prova, nessuna testimonianza credibile per il giudice d'istruzione Langlois che definisce Dutroux «un perverso isolato». Alla fine l'opinione della maggioranza della gente che ha seguito il caso è che non esista la rete della pedofilia e Dutroux ha potuto operare indisturbato a causa delle negligenze della gendarmeria locale. Per i genitori delle vittime questo teorema non ha senso. «Che bisogno aveva Dutroux, perfettamente capace di intendere e di volere, di rapire contemporaneamente fino a sei bambine?» si chiede Gino Russo, padre di Melissa, raccogliendo lui stesso, nel salone di casa, tutto l'incartamento su Dutroux. Ora Gino Russo, raggiunto al telefono vicino Liegi, mostra soddisfazione per le parole di Dutroux, «ma - avverte - potrebbe essere tutta una strategia per rimandare ancora il processo e aprire nuove indagini inutili. Finché Dutroux non comincia veramente a collaborare con la giustizia fornendo nomi e fatti, la sua resta soltanto una provocazione». Intanto, questa sera, i belgi staranno incollati alla televisione per vedere la versione integrale dell'intervista all'uomo che più di ogni altro ha scosso le loro coscienze.