Lasciate che mio padre muoia»


Il Mattino di Padova

Il figlio di Emilio Vesce, Emiliano, denuncia l'accanimento terapeutico
e invoca l'eutanasia capace di assicurare una fine dignitosa al genitore
Da sei mesi l'esponente radicale versa in stato vegetativo ed è nutrito e idratato artificialmente. «Una barbarie», accusa il giovane, candidato a Padova dalla Lista Bonino


PADOVA. «Mio padre non c'è più, la sua vita è finita l'8 novembre. Ma l'accanimento terapeutico ne alimenta il corpo, che si consuma lentamente, nello strazio. Contro questa barbarie io rivendico il suo diritto a una morte dignitosa». Parole di Emiliano Vesce, figlio di Emilio, l'esponente radicale che da sei mesi «vegeta» in coma.
L'infarto, il ricovero, il coma irreversibile. E quell'uomo battagliero, che affrontò la tempesta del 7 aprile e affiancò Pannella in Parlamento, diventa un «morto vivente», nutrito e idratato artificialmente. Accudito dalla moglie Gabriella, rimpianto dai figli Aureliano ed Emiliano. Dove quest'ultimo ne raccoglie l'eredità ribelle, si candida nella Lista Bonino e lancia la sua sfida...
«Dal giorno dell'arresto cardiaco l'encefalogramma di mio padre è piatto. La corteccia cerebrale è distrutta, il tronco encefalico funziona. Come dire: respira, il cuore batte, ma non esiste una sola possibilità di ripresa. Ed è una lotta disperata. Prima il ricovero in Rianimazione, poi la Geriatria, alla fine abbiamo ottenuto l'assistenza domiciliare. Ora vegeta nel suo letto e, quando lo osservo, vedo un corpo ridotto a involucro, nutrito di pappette liquide attraverso una cannula infilata direttamente nell'intestino. Non voglio farne un caso pietoso, denuncio una situazione incivile, crudele e sempre più diffusa: dove un essere umano non può vivere né morire mentre ai suoi affetti è negata non solo la speranza ma perfino il lutto».
Quando un figlio invoca la morte pietosa del padre, il dibattito sull'eutanasia perde ogni astrattezza e diventa un dilemma lacerante. Il diritto a «essere lasciati morire», il corpo che diventa - insieme - teatro e arma dello scontro politico. Una prassi controversa quanto dolorosa, rilanciata dal digiuno di Emma Bonino e dallo «sciopero dei farmaci» di Luca Coscioni, il candidato radicale paraplegico. Fino ai tormenti della famiglia Vesce.
«Provo rabbia quando il politico di turno definisce l'eutanasia "un problema di coscienza". Qui ogni diritto di scelta è negato dall'arroganza di un potere irresponsabile e ignorante. L'accanimento terapeutico su mio padre mortifica la deontologia medica, obbedisce a tabù culturali e religiosi. E' un diktat spietato, che riflette la prepotenza della lobby farmaceutica e testimonia la paurosa arretratezza della classe politica in materia di diritti civili».
Eppure il ministro della Sanità, Umberto Veronesi, appare tutt'altro che insensibile all'argomento...
«Certo, ma interviene a titolo personale, ostaggio com'è dei cattocomunisti dell'Ulivo. Sull'altro fronte, nel centrodestra, prevalgono addirittura i toni medievali: a cominciare dalla "sacralità della vita" esaltata da Buttiglione, che impone ai laici di sottostare all'etica cattolica».
Prima del giorno fatale, ha mai discusso la «libertà di morte» con suo padre?
«No, ma la vita di Emilio Vesce, i suoi valori, la sua lotta contro i dogmi che incatenano la libertà dell'individuo, non consentono equivoci: oggi, se potesse parlare, urlerebbe la sua indignazione».
La tentazione di "staccare la spina", come scelta estrema di disobbedienza civile, vi ha mai lambito?
«No. Attualmente chi cerca di assicurare una morte dignitosa al congiunto rischia l'incriminazione per omicidio premeditato. Così alcuni scelgono una soluzione all'italiana, avvalendosi di un medico "amico". Oppure si recano all'estero, dalla Gran Bretagna alla Danimarca, dove la legislazione prevede da tempo la possibilità di "lasciar morire" i malati incurabili. Ma noi non cerchiamo scorciatoie, quella della mia famiglia e dei radicali è una grande battaglia di civiltà».
Che sensazione prevale in lei quando entra nella stanza di suo padre?
«E' una percezione difficile da esprimere ma io la avverto spesso: il rifiuto silenzioso di ogni forma di cura opposto dal suo organismo. E' la sua ultima volontà. Lotteremo con ogni mezzo perché non sia calpestata».


Dalla tempesta 7 aprile all'elezione alla Camera


PADOVA. E' la sera dell'8 novembre scorso quando Emilio Vesce, che sta guardando alla televisione un servizio sulle elezioni americane, perde i sensi: a trovarlo è la moglie Gabriella. Un'ambulanza lo porta in ospedale: infarto, il secondo in pochi anni, ma questa volta devastante, al punto da tenerlo sospeso tra la vita e la morte nel reparto di Rianimazione. Giorni di attesa angosciante per i familiari, poi il verdetto senza appello: coma irreversibile. La notizia, inizialmente circolata solo tra gli amici più stretti, comincia a viaggiare attraverso il tam tam delle tantissime persone che conoscono e sono legate a Vesce, uomo disponibile, curioso, sorridente e generoso.
Una delle battaglie nelle quali si è impegnato è quella contro la pena di morte nel mondo, assieme all'associazione «Nessuno tocchi Caino». Ma è solo l'ultima di tante, le più recenti a fianco di Marco Pannella e dei Riformatori. Il leader politico, ex deputato radicale e in seguito presidente del Comitato regionale radiotelevisivo, nato a Cairano (Avellino) sessantuno anni fa, abita a Padova dai tempi dell'università (si è laureato in Filosofia). Ha attraversato da protagonista tutte le vicende politiche fin dagli anni Sessanta, quando dirigeva la rivista «Potere Operaio». Poi, nel 1976, si è gettato nell'avventura di vicolo Pontecorvo con Radio Sherwood di cui è stato uno dei fondatori e tre anni dopo è arrivata la bufera politico-giudiziaria del 7 aprile. L'inchiesta sull'Autonomia operaia, per Vesce, ha significato arresto, imputazione di insurrezione armata e oltre cinque anni di carcere. Finché, nel giugno del 1987, è stato assolto da ogni accusa. Nel 1985 è entrato nella segreteria nazionale del partito Radicale e, candidato, è stato eletto deputato, carica che ha mantenuto fino al giugno del 1990 quando ha scelto il seggio in Regione.



«Sono decine i pazienti in coma irreversibile»


PADOVA. A fianco di Emiliano Vesce, il coordinatore regionale della Lista Bonino, David Carretta, e Maria Di Chio, la vicepresidente di «Exit Italia», associazione che si batte per il «diritto a una morte giusta». Un gruppo salito recentemente alla ribalta grazie all'iniziativa di Germana Lancia, una disabile di trentasette anni che ha scritto al presidente Ciampi invitandolo a favorire l'approvazione di una «legge pietosa verso chi è condannato a inutili sofferenze o a un'esistenza vegetale che si traduce nella tortura quotidiana dei familiari».
«Il caso di Emilio Vesce non è isolato» spiega la Di Chio «nei soli ospedali padovani vi sono decine di pazienti in coma irreversibile, i cui congiunti vivono una situazione straziante. Oggi, paradossalmente, sono proprio le tecniche riabilitative più sofisticate a favorire l'accanimento anche nei casi di stato vegetativo persistente». «Alimentare artificialmente un organismo "costringendolo" così a sopravvivere è un'ingiustizia crudele» continua la donna «riceviamo segnalazioni in tal senso da ogni parte d'Italia e ora invitiamo chiunque sia favorevole a ricevere l'eutanasia in casi estremi, a formalizzare la propria volontà attraverso un atto legale, firmato in presenza di testimoni: in America lo chiamano "Living Will" ed è sempre più diffuso».
Carretta, invece, affronta la questione in chiave politico-elettorale: «La candidatura radicale di Emiliano Vesce a Padova ha un forte valore simbolico ma non nascondiamo i pericoli del voto. La verità è che, se non raggiungeremo la soglia del 4%, rischiamo di essere, nuovamente, esclusi dal Parlamento. Così le grandi battaglie civili, dal diritto a una morte giusta alla fame nel mondo, dalla bioetica alla libertà economica, saranno destinate al silenzio. A chi giova tutto questo? Non certo agli italiani... ».