LA NUOVA CRISI JUGOSLAVA ANGOSCIA LO SCRITTORE SCHIPETARO: «Rivolta che nasce dal disagio»


I SMAIL Kadaré, che cosa prova il più celebre degli scrittori albanesi vedendo la Macedonia in preda alla «sindrome Kosovo»?
«Un’immensa preoccupazione. Bisogna evitare la guerra, a ogni costo. I danni sarebbero irreparabili. Vorrei rivolgere un appello all’Unione europea affinché intervenga politicamente. La sua responsabilità, oggi, è grande: non si lasci fuorviare dalla disinformazione».
Tetovo è davvero la nuova Pristina?
«No. Ma cominciamo dall’inizio. Pur costituendo un terzo della popolazione macedone, gli albanesi ricoprono 2 incarichi elettivi su 100. E il loro ministro è - diciamolo - decorativo. La ribellione nasce da un disagio legittimo».
Allora Lei approva la campagna militare Uck?
«Me ne guardo bene. E a Tirana emerge un raro consenso in materia tra le forze politiche nel denunciare un metodo ingiustificabile. Ma i problemi degli albano-macedoni sono reali, non dimentichiamolo. Purtroppo il fucile ha preceduto la parola. Solo adesso, dopo le critiche unanimi, l’Uck esterna il suo programma politico. E non mi sembra irragionevole. Vorrebbero che la Macedonia divenisse una "casa comune". Ma occorrono nuove leggi. Gli Albanesi devono farsi riconoscere uno status preciso: "popolo costitutivo" della Repubblica macedone. Sarebbe la garanzia ideale contro le discriminazioni, incluse quelle linguistiche. Il prologo delle vicende odierne mi sembra istruttivo. Non troppi anni fa, a Tetovo, la repressione militar-poliziesca contro l’ateneo locale fu durissima. Un popolo vuole l’università, e il regime gli risponde con sbirri e manganelli: ecco la Macedonia».
Ma oggi Skopje e Solana parlano di «terrorismo» albanese...
«Pur dissociandomi con fermezza da quanto avviene, vorrei sottolineare un tragico malinteso. L’Uck non conduce, malgrado le apparenze, alcuna guerriglia di liberazione. Accettano le frontiere attuali, dunque la Macedonia. Ecco l’enorme differenza, cui alludevo, fra Pristina e Tetovo. Devo tuttavia ammetterlo: la situazione mi sfugge. Tra l’obiettivo - una piattaforma politica non massimalista - e la strategia a colpi di mortaio non può esserci dialogo. Eppure l’Uck li rivendica entrambi. Attenzione a non fare il gioco di Putin».
Teme che il Cremlino entri in scena brutalmente?
«Sì. E, dopo Grozny, sappiamo che cosa vuole dire. Di Cecenie martiri, ne basta una. Occorre scongiurare l’escalation. La Macedonia è fragile. Solo contribuendo alla sua stabilità, l’Europa può aiutarla. Ma bisogna sbrigarsi. Finora la minoranza albanese e i suoi due partiti non solidarizzano con l’Uck. Se tuttavia Skopje continuerà a reagire in maniera violenta, simpatizzerebbero per i guerriglieri. C’è chi trama nell’ombra, nella capitale e altrove, per attizzare il conflitto».
Il mondo scopre in ritardo la tensione etnica in Macedonia. E’ assimilabile a quella kosovara o l’Uck la sobilla artatamente esportando i cannoni per compensare gli insuccessi elettorali?
«Pristina era un’emergenza prioritaria. La Comunità internazionale doveva quindi focalizzare la sua azione sul Kosovo, e sarebbe curioso rimproverarglielo anni dopo. Ma se oggi scopre il focolaio macedone, per favore non fingiamo di credere a un bluff. La crisi è reale. E la stessa Nato riconosce che non ci troviamo dinnanzi a un export delle ostilità kosovare. L’Uck in causa è autoctono, il contenzioso pure. Purtroppo, nei Balcani le rivalità affondano in una storia lunga parecchie generazioni, e talora secoli. Solo guardando indietro, l’Europa può capire l’incomprensibile. Non mi sembra, tuttavia, lo stia facendo».
Qual è la chiave segreta?
«Rifarsi all’Impero ottomano, che in Macedonia favorì gli Albanesi sulla componente slava destando malumori e frustrazioni diffuse. Beninteso, anche gli schipetari erano vassalli. Ma privilegiati, come peraltro i Greci e gli Ebrei. Si ricordano governatori di Macedonia albanesi. E aggiungiamoci pure il successo economico-intellettuale, nonché la caratteristica fierezza. I Macedoni oppressi reagirono con l’invidia, su cui lo sciovinismo slavo edificò micidiali campagne d’odio. Quasi che gli schipetari fossero spregevoli collaborazionisti e non vittime come loro, appena un tantinello più al riparo. In definitiva, lo scontro esemplificava il divide et impera. Per i sultani, era naturale associare perversione e potere».
Le discriminazioni anti-albanesi che spiegano la rivolta in corso a Tetovo nasconderebbero dunque una tardiva revanche slava?
«Sì. La psicologia collettiva può aiutarci. Per i Macedoni, opprimere gli Albanesi è una pulsione storica. Facendolo, si emancipano dalla servitù che l’Impero inflisse all’anima slava, umiliandoli. Fu un’oppressione atroce. Come albanese, partecipo al loro dolore. Ma non eravamo noi, gli aguzzini. Perché dunque averci trasformato in capro espiatorio?».
E’ davverso persuaso che gli Albanesi non minaccino l’equilibrio della Macedonia, magari a livello demografico?
«E’ un argomento specioso. Evocando il "rischio biologico per la nazione macedone", si scivola verso il razzismo. Sarebbe come spiegare a un quindicenne: "Adesso tu non cresci più". Chi oserebbe mai ordinarglielo? Anche la demografia è libertà. Minaccia? C’è un solo popolo nei Balcani che sdrammatizza le frontiere, purché gli si riconosca libero accesso: quello albanese. Mi sembra perfettamente in linea con la filosofia dell’Unione europea».