“COSTRUIAMO SUI DIRITTI IL DIALOGO FRA ISLAM E OCCIDENTE”


Molto si discute in questi tempi bui del dialogo fra Occidente e mondo islamico. Ebbene nel dibattito sul sostenere e promuovere la democrazia, nel mondo arabo come in quello africano, il rispetto dei diritti umani e in essi di quelli legati alla condizione femminile deve entrare a pieno titolo come uno degli standard fondamentali su cui parametrare sostegni economici e politici”. A parlare è Emma Bonino, europarlamentare radicale, già Commissario Ue, una delle protagoniste della conferenza internazionale sulla mutilazione genitale femminile conclusasi ieri a Nairobi.

Qual è stato il segno fondamentale della Conferenza di Nairobi?

“Dopo la Conferenza del Cairo, di cui Nairobi è il seguito, c’è stato questo grande, e imprevisto, passo dell’Unione Africana che ha approvato al vertice dei Capi di Stato e di governo di Maputo, nel luglio 2003, il Protocollo sui diritti delle donne; si tratta di un documento molto progressista e tra le altre cose, all’articolo 5, stabilisce la proibizione delle pratiche dannose a cominciare dalle mutilazioni genitali femminili. Questo protocollo, per entrare in vigore, ha bisogno di quindici ratifiche. Ormai la nostra campagna è una campagna contro la mutilazione genitale femminile e per la ratifica del Protocollo di Maputo da parte dei Parlamenti africani. In questo anno, solo tre Paesi lo hanno ratificato, ma la cosa più importante è che alla Conferenza il Kenya ha annunciato che ratifica il protocollo, così come c’è stato l’annuncio della ratifica di Tanzania, Mozambico, Senegal e Botswana. E questo è un primo risultato significativo raggiunto a Nairobi. Il secondo risultato, non meno importante, è che due Paesi, due governi che erano sempre stati molto chiusi anche solo a parlare in conferenza pubbliche di queste tematiche – uno Gibuti, per problemi islamici, l’altro il Mali – si sono presentati a livello di delegazioni governative con una offerta formale di co-organizzare insieme, sia a Gibuti che in Mali, delle conferenze regionali per discutere di questi temi. L’apertura di due governi e l’annuncio di quattro Paesi che si apprestano a ratificare, a me sembra già un risultato di grande rilevanza che in tutta sincerità non mi aspettavo”.

In che modo tematiche come quelle affrontate a Nairobi possono rientrare come punti essenziali nell’auspicato dialogo tra l’Occidente e il mondo arabo-musulmano e quello africano?

“Innanzitutto va precisato che con quasi tutti i Paesi del mondo africano, magari di religione musulmana, esistono degli accordi e dei trattati che vincolano i nostri rapporti. Per quanto riguarda il mondo arabo, si chiamano accordi di associazione, oltre quelli bilaterali, dell’Unione Europea con il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, il Libano, la Giordania…; questi accordi, in via di negoziazione, oltre alla parte economica hanno anche tutta una parte che riguarda la promozione dei diritti e dei diritti individuali. Questi accordi prevedono anche delle procedure di denuncia dell’intesa se una delle due parti contraenti non ne rispetta i dettami. Per tutto il mondo africano, esiste il trattato cosiddetto “Acp” (Africa, Caraibi, Pacifico) che regola i rapporti e anche i fondi dell’Unione Europea con quei Paesi. Anche questo trattato ha le clausole di salvaguardia e promozione dei diritti umani. Basterebbe che senza arroganza ma con un certo rigore, si facessero funzionare a pieno regime queste clausole che esistono nei trattati e negli accordi che da anni abbiamo con questi Paesi e di cui noi stessi europei fino a poco tempo fa o anche adesso facciamo finta che non esistano. Ed è un silenzio colpevole, criminale, perché nessuno può far finta di niente di fronte al fatto agghiacciante, disumano, che circa 130 milioni di donne vivono oggi nel mondo avendo subito la mutilazione genitale; una pratica barbara che viene ancora ogni anno effettuata su due-tre milioni di bambine: più o meno una ogni quattro minuti”.

Da Nairobi a Baghdad. In questi giorni lei ha lanciato un appello affinché le due giovani volontarie italiane, come tutti i civili rapiti in Iraq, vengano liberate. Ma questo terrorismo può ascoltare appelli del genere?

“No, ma, come dire, ognuno fa quello che deve e succeda quello che può. Questo appello nasceva nell’ambito di una iniziativa in cui facevo un apprezzamento delle lotte nonviolente di queste donne. Qui stanno facendo l’autodenuncia come facevamo noi negli anni Settanta. Ci sono ragazze ragazzine che escono pubblicamente dicendo “mi chiamo Fouzia Hassan, ho 12 anni, e non voglio essere mutilata…”. Faceva venire le lacrime agli occhi vedere e ascoltare questa ragazzina che di fronte a 800 dignitari, senza emozionarsi più di tanto, racconta la sua straziante esperienza e dice “basta, mai più”. Quell’appello nasce dalla contrapposizione della pratica nonviolenta a quella, barbara, dei tagliatori di teste e affini. I terroristi seguono una loro agenda e libereranno o meno le nostre cooperanti, o i giornalisti francesi, a secondo di questa agenda e degli obiettivi, tutt’altro che chiari, che si sono intesi prefiggere. Ho lanciato quell’appello perché mi sono sentita di farlo, perché mi sentivo di dire che quando i civili – chiunque essi siano e a qualunque Paese appartengano – diventano l’obiettivo delle azioni violente, vuol dire che siamo a un punto di non ritorno. Nel mio intervento alla Conferenza di Nairobi, ho voluto fornire un tributo di solidarietà a tutti quanti, civili, giornalisti, operatori umanitari, donne e bambini attualmente nel mondo, soprattutto in Iraq e Darfur, subiscono la brutale violenza dei rapimenti. Ed in quanto donna il mio pensiero va a Simona Pari e Simona Torretta. In un contesto di brutalità crescente, le due volontarie italiane, al di là delle loro convinzioni sulla guerra, erano impegnate a fornire una solidarietà attiva, concreta, generosa ad un popolo sofferente. Io credo peraltro che uno dei fenomeni più preoccupanti oggi in Iraq sia una sorta di terrorismo “freelance”, fatto da bande di criminali che non è detto neanche che abbiano una strategia comune. A me sembra che in Iraq si stia ripetendo, su scala più grande, ciò che segnò l’inizio della guerra libanese, in cui tutti sequestravano tutti”.