DALLA P38 ALL'ONU. INTERVISTA DI VITTORIO PEZZUTO A SERGIO D'ELIA

Vittorio Pezzuto
L'Opinione

Sergio D´Elia ha cinquantuno anni. Spesi in una vita intensa che per certi versi ha davvero dell´incredibile: ex terrorista, a lungo detenuto e oggi presidente di "Nessuno tocchi Caino", la prestigiosa lega internazionale associata al Partito Radicale. Per anni ha cercato di spegnere in maniera violenta la vita dei suoi avversari politici, adesso si batte con energia per salvare quella di tutti i condannati a morte nel mondo. Con le sue contraddizioni egli incarna una straordinaria parabola laica di redenzione personale e civile che farebbe senz´altro la gioia di molti sceneggiatori di Hollywood. Lo abbiamo incontrato a Roma, nella sede di via di Torre Argentina. E ci siamo fatti raccontare la storia di un uomo dagli occhi chiari e miti, che si muove con gesti calmi (come trattenuti dall´abitudine forzata a muoversi in spazi ristretti) e che giorno dopo giorno testimonia un´inalterata passione per la politica. Studi classici nel liceo pugliese di Maglie (patria di Aldo Moro), quindi l´iscrizione alla Facoltà di Scienze Politiche dell´Università di Firenze. All´apparenza un tranquillo curriculum studentesco. E invece...

E invece è proprio in quegli anni che inizia la mia militanza politica. Dopo aver frequentato gli ambienti anarchici entro a far parte di Potere Operaio per poi passare a Senza Tregua, organizzazione dell´autonomia operaia in cui erano confluiti ex compagni di Lotta Continua e appunto di Potere Operaio.
Siamo nella prima metà degli anni Settanta e certe scelte vanno forse spiegate. Senza Tregua era allora l´alternativa "libertaria" (ma altrettanto violenta) all´ortodossia marxista-leninista predicata dalle Brigate Rosse. Già a quei tempi pensavamo che l´orizzonte ideologico di un´organizzazione comunista non potesse nutrirsi di strutture statali di matrice sovietica come il tribunale o le carceri del popolo. Non ho mai letto "Il Capitale" di Marx o il "Che fare?" di Lenin. I miei riferimenti culturali erano piuttosto il diario di Che Guevara e la letteratura cinematografica americana di Sam Peckinpah. Insomma, non mi ha mai interessato la dittatura del proletariato e la creazione di un esercito del popolo. Ero invece affascinato dalla guerriglia urbana, mi piacevano i rapinatori e i fuorilegge antisistema protagonisti di film come "The Getaway" o "Mucchio selvaggio".

Sogni o suggestioni giovanili che non ha impiegato molto tempo a mettere in pratica.

Calma. All´inizio la mia era la classica militanza fatta di volantinaggi davanti alle fabbriche dell´hinterland fiorentino, di ronde nelle aziende dove si praticava il lavoro nero, di campagne per l´autoriduzione delle bollette dell´Enel e del gas nei quartieri popolari di Sesto Fiorentino e di Calenzano. Mi limitavo a predicare, prefigurandola, la nascita di forme di auto-organizzazione proletaria. Solo con l´adesione a Prima Linea la mia attività politica è passata a forme di illegalità aperta che non escludevano ad esempio rapine e irruzioni a mano armata nei centri di comando delle organizzazioni imprenditoriali. Si trattava di un salto di qualità assolutamente naturale e del tutto coerente con le nostre convinzioni. Insieme ai miei compagni ero cresciuto con l´idea che fosse possibile cambiare il mondo, tutto e subito. Subivamo l´effetto di una sorta di frenesia: la realizzazione del paradiso in terra era a portata di mano e il ricorso alla lotta armata era una condizione necessaria per accelerarne l´avvento o, comunque, verificarne la probabilità. Credo fosse proprio una sorta di "demone della verifica" a spingerci all´azione estrema e irreparabile.
In quegli anni solo una serie di fortunate (col senno di poi)coincidenze mi hanno impedito di sparare a qualcuno, uccidendolo. Eppure sono state molte le occasioni nelle quali, insieme ai miei compagni, ero partito per farlo. L´espressione "Il fine giustifica i mezzi" - all´epoca in molti vi aderivano culturalmente e filosoficamente - per noi è stata una linea di condotta coerente e pratica. Personalmente, ho avuto bisogno dell´esperienza della lotta armata e del carcere per comprendere quanto avessero ragione Marco Pannella e i radicali: che sono invece i mezzi a prefigurare i fini.

Come trascorreva la sua vita di terrorista politico?


Anche qui le differenze con i brigatisti rossi erano notevoli. Loro mollavano tutto - famiglia, lavoro, studio - ed entravano in clandestinità, andando a vivere in quartieri grigi e periferici dove meglio potevano passare inosservati. Noi militanti di Prima Linea trascorrevamo invece esistenze apparentemente normali, alla luce del sole, limitando la clandestinità alla sola esecuzione delle azioni illegali. Insomma, la classica doppia vita dei gangster che avevamo preso a modello. Continuavo anche a frequentare le lezioni universitarie e a dare esami (alla fine me ne mancheranno solo cinque per conseguire la laurea). Volantinaggi, proteste organizzate nella mensa degli studenti, comitati di lotta nei quartieri popolari: tutto procedeva come prima. Anche il mio rapporto con la famiglia non era cambiato. Con essa continuavo a mantenere rapporti sporadici ma sereni. Andavo dai miei in vacanza, e con me mezza Prima Linea.

Un tran-tran che viene interrotto bruscamente nel 1978 con l´arresto e il carcere.


Procediamo con ordine. L´anno prima ero già stato condannato a due mesi di reclusione per l´occupazione della Facoltà di Architettura e la successiva rivendita del materiale che avevamo saccheggiato. Una settimana dopo essere uscito dal carcere, mentre mi trovo in Puglia a casa di mia madre, accade a Firenze un episodio gravissimo che avrebbe segnato la mia vita. Succede che un commando di Prima Linea (che tra l´altro non era neppure fiorentino) organizza l´evasione dal carcere di alcuni nostri compagni. Tutto va liscio, come da programma: barre segate, discesa nel cortile interno del carcere, risalita attraverso scalette da alpinista nei locali dell´adiacente palazzina del maresciallo di guardia. In strada, a cento passi di distanza, li aspetta un furgoncino. Ma subentra un imprevisto: un passante riconosce il mezzo come quello rubato giorni prima a un suo amico e decide di avvisare le forze dell´ordine. Alla vista degli agenti il nucleo di protezione decide di far fuoco, uccidendo un poliziotto.

E perché questo fatto di sangue la riguardava direttamente?


Perché uno dei postulati della dottrina emergenzialista dell´epoca recitava che il responsabile di un´organizzazione terroristica andava considerato responsabile dei crimini commessi nel territorio di sua competenza. Agli occhi dei giudici non valeva il principio giuridico della responsabilità personale ma quello ben più politico del concorso morale. Per questo, anche se non ero stato tra gli ideatori e gli esecutori materiali della tentata evasione, ero da considerarsi a tutti gli effetti responsabile dell´omicidio (che non era, tra l´altro nemmeno, l´obiettivo di quell´azione). Una logica perversa che in futuro non sarebbe più stata applicata.

E quindi?


E quindi nel 1978 vengo arrestato per associazione sovversiva e subisco tre mesi di carcere preventivo, giusto il tempo perché i magistrati possano trovare le prove necessarie per contestarmi la costituzione di banda armata e il concorso morale nell´omicidio del poliziotto. Ci riescono grazie a due compagni pentiti - Roberto Sandalo e Michele Viscardi - che mi indicano come membro della direzione nazionale di Prima Linea. A quel punto la mia sorte processuale è segnata. Vengo condannato in primo grado a trent´anni di carcere (il pm aveva chiesto l´ergastolo), poi ridotti in appello a venticinque. Peraltro, durante il dibattimento in aula, avevo sorpreso i miei stessi giudici rivendicando la giustezza del loro metodo: applicare il concorso morale come metro adeguato a valutare le mie responsabilità personali. Senza alcun spirito di autodifesa, intendevo evidenziare la contraddizione di un tribunale che applicava in chiave giuridica il principio della responsabilità politica.

D´altronde l´arresto era giunto in un momento particolare, di profondo cambiamento.


Per me fu una "liberazione". I due anni di lotta armata erano stati molto pesanti da vivere. Dal punto di vista razionale e intellettuale mi avevano ampiamente dimostrato che la nostra lotta era vana rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati. Nella mia esperienza militante si era come concluso il disvelamento di un procedimento ideologico che necessitava, per dimostrare la sua consistenza, dell´estrema conseguenza dell´atto violento. Avevo accettato interiormente, ancor prima che sotto il profilo storico-politico, la verità lampante della sconfitta. E quindi aspettavo ormai il mio arresto come un epilogo necessario. Ecco perché di quel momento conservo ancora oggi un ricordo intenso e tutto sommato sereno. Era una bella giornata di maggio e la cella spartana in cui venni rinchiuso alle Murate (branda piantata per terra, materasso di gomma piuma e lenzuolo, neppure un sapone per potermi lavare) diventava il luogo più confortevole che avessi frequentato nell´ultimo periodo. Finalmente potevo godermi un sonno tranquillo, riposante. Era contenta anche mia mamma: adesso sapeva dove trovarmi. Papà - un´intera vita spesa a fare il maresciallo dei carabinieri - era invece morto prima che finissi dentro. Forse è stato meglio così.

La sua condotta in carcere continuava però a essere quella di un irriducibile alle regole, ai tempi, alla microfisica del potere carcerario.


Il senso di ribellione all´autorità costituita mi era rimasto, eccome. Non a caso in quegli anni iniziai un personalissimo giro d´Italia che fece tappa in una quindicina di carceri speciali (Novara, Cuneo, Nuoro, Trani, ecc.).
Ogni volta venivo preceduto da una pessima fama: ero indisciplinato, assolutamente intrattabile. Poteva così capitare che alcuni direttori, ancor prima che arrivassi nel loro carcere, chiedessero al ministero un mio immediato trasferimento ad altra sede. Per molti (anche per i miei compagni di cella che, mossi dalla comunanza e dall´affetto, mi avrebbero comunque seguito) ero diventato un problema di cui doversi liberare il più presto possibile.

La svolta avviene con la nomina di Nicolò Amato a direttore del Dipartimento dell´amministrazione penitenziaria.

Decise di inaugurare una stagione di dialogo con i detenuti italiani. Con tutti, anche con i più duri e irriducibili che provenivano dal partito armato. Non ci chiese pentimenti ma semplicemente di sottoscrivere un patto: un nuovo rapporto tra guardie e ladri fondato sul riconoscimento reciproco della propria identità e sul rispetto di poche ma chiare regole di comportamento da tenere in carcere. Il tutto nell´ottica di un percorso di rientro nella società. Nel 1985 veniva intanto approvata la legge sulla dissociazione politica, che comportò il dimezzamento della mia pena. Non c´era bisogno di pentimenti o delazioni così come di abiure o di altri pezzi dell´armamentario giustizialista o post-emergenzialista. Ormai consideravo definitivamente chiusa la mia esperienza di terrorista.

Fu proprio in quell´anno che venne trasferito a Rebibbia: un bel cambiamento rispetto alle carceri speciali di massima sicurezza.


Mi sembrava di essere arrivato in un collegio. Fino a sei ore d´aria in mezzo al verde e campi sportivi in cui poter giocare a pallone, organizzando infiniti tornei tra squadre di detenuti dei vari bracci: proprio un´altra vita per uno come me che ha sempre avuto la passione del calcio e che alle Murate riusciva a giocare - contro tutte le regole non dico del calcio, ma della geometria - in un campo triangolare di 15 metri per lato tra il muro di cinta e le mura di due bracci.

E´ allora che inizia ad avvicinarsi al Partito Radicale e a maturare la scelta di entrarne a far parte.


Dopo aver ricevuto la visita di Adelaide Aglietta e di Emilio Vesce, decisi con Maurice Bignami (mio ex compagno di Prima Linea) di dare una mano alla campagna "O lo scegli o lo sciogli" per la raccolta di almeno diecimila iscrizioni al partito. Riuscimmo a fare una cinquantina di nuove tessere tra detenuti politici e non. Erano gli ultimi mesi del 1986 e l´incontro con i radicali segnava il riemergere di una sintonia politica che negli anni precedenti avevamo percepito (ma sempre rimosso) ascoltando la radio e in occasione delle loro frequenti ispezioni in carcere. In tutti quegli anni erano stati gli unici a non considerarci dei mostri e quando Marco Pannella ci chiamava "compagni assassini" capivamo il senso di quelle parole: violenti e nonviolenti avevano sempre avuto in comune la voglia di cambiare l´esistente, senza cedere all´indifferenza o alla rassegnazione. Noi con l´arma dell´odio, loro con la forza del dialogo e dell´amore.
Nel momento in cui cercavamo di dismettere la violenza come forma di lotta politica era quindi naturale - volendo mantenere il nostro impegno e la nostra passione nei confronti degli altri, degli ultimi, dei sottomessi - che incontrassimo e ri-conoscessimo come nostro il partito della nonviolenza.

Nel gennaio 1987 riesce a ottenere l´autorizzazione a recarsi all´Ergife, dove si tiene il congresso del Partito Radicale.


Quel giorno mi recai innanzitutto nella sede di via di Torre Argentina, per conoscere Marco Pannella. Ma la prima persona che incontrai in quelle stanze fu Maria Teresa Di Lascia, che praticamente mi sequestrò. "Di questo me ne occupo io", disse. E si prese cura di me dal primo minuto. Nel pomeriggio, davanti ai congressisti dell´Ergife, consegnai simbolicamente Prima Linea, me stesso e la mia storia violenta al partito della nonviolenza e del diritto. Non si trattò di un bagno purificatore, di una catarsi nella folla del popolo radicale: fu un vero e proprio evento politico.

Dall´occasionale permesso-premio è poi passato nell´estate del 1988 al lavoro esterno al carcere. L´articolo 21 dell´ordinamento penitenziario le apriva nuove possibilità. Per lei iniziava una nuova vita.


Uscivo alle sette del mattino, andavo a lavorare nella sede del Partito Radicale, quindi alle dieci di sera rientravo in carcere. Tutti i giorni della settimana, eccetto i festivi. Il mio è stato probabilmente il primo caso di un detenuto che lavorava facendo politica. In seguito arriveranno in via di Torre Argentina anche un altro ex di Prima Linea, Luca Frassineti, e gli ex terroristi di destra Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Tutti gli altri miei compagni hanno invece svolto - nelle associazioni del volontariato cattolico e di sinistra (Caritas e "Ora d´aria" dell´Arci) - un´attività in cui era ancora preponderante la contiguità col mondo carcerario. Il mio reinserimento sociale è quindi passato attraverso l´implicito riconoscimento del mio diritto di cittadinanza politica. E questo è un altro merito di Marco Pannella. Difficilmente un altro partito avrebbe avuto il coraggio di compiere un gesto al tempo stesso così concreto e simbolico. Per questo (a proposito della recente discussione interna suscitata dalle polemiche dimissioni di Olivier Dupuis da segretario del partito) faccio davvero fatica a riconoscere nelle parole di Olivier il "mio" Pannella, quello che ho conosciuto io. Marco è una persona che non butta via nulla, che non taglia mai né con il passato né con le persone, che non ritiene di poter fare a meno di qualcuno, che non dissipa né demonizza.
Tre anni di intenso lavoro come dirigente radicale e poi, grazie all´indulto approvato a fine dicembre 1990, la libertà. Il carcere era finalmente alle spalle. Sembrerà strano, ma all´epoca stare dentro era diventata la mia valvola di sicurezza. Fare politica con i radicali è duro: riunioni lunghissime e ritmi allucinanti di lavoro. Tanto che i miei giorni festivi erano diventati, appunto, quasi una festa: finalmente potevo starmene dentro, riposarmi e giocare a pallone. Ero geloso di questi residuali momenti di comfort e privacy penitenziaria. Anche per questo motivo non ho mai fatto istanza per ottenere la semi-libertà che me li avrebbe sottratti. Purtroppo ogni tanto gli agognati week-end di ozio saltavano. Capitava infatti che Pannella, per evitare la mia assenza, convocasse le riunioni della segreteria federale del partito proprio all´interno di Rebibbia. Incredibile!

Nel frattempo si era rafforzato il suo legame sentimentale con Maria Teresa Di Lascia, deputato radicale e futura vincitrice (post mortem) del Premio Strega con il suo romanzo autobiografico "Passaggio in ombra".


Per come mi ha conosciuto, e lo diceva pubblicamente, riteneva impossibile che avessi partecipato alla lotta armata o avessi fatto male a qualcuno. Maria Teresa è stata l´angelo custode della mia parte migliore e così facendo esprimeva una semplice verità: in ogni persona convivono sia il bene che il male. Esercitava una continua azione di maieutica sulle persone che la interessavano. In questo credo fosse molto pannelliana. Molti la trovavano rompiballe, aggressiva, con un carattere impossibile. Invece la sua non era un´invadenza molesta, fine a se stessa, quanto piuttosto una continua ricerca nell´altro della sua identità più profonda. Ha sempre detestato lo spreco di possibilità e di ambizioni, vera anticamera della mediocrità. Per questo ogni giorno, ogni minuto della mia vita era lì a esigere che mi esprimessi al meglio sfuggendo alla tentazione della pigrizia, del perbenismo, del conformismo. Maria Teresa è stata il mio nume tutelare, la mia guardia del corpo. Ci siamo sposati solo nel maggio del 1994, quattro mesi prima che morisse. Anche se non gli era ancora stato diagnosticato il cancro, il matrimonio per lei fu un modo per non lasciare nulla di incompiuto: ne avevamo sempre parlato ma senza mai trovare il tempo. Ha saldato tutti i sospesi prima che il suo finisse. Lo stesso anche per il suo romanzo, al quale teneva moltissimo e che terminò nella sua stesura definitiva sette-otto mesi prima di lasciarci. "Sono una strega e vincerò il Premio Strega", diceva scherzando. Anche stavolta aveva ragione.

Insieme a lei avete fondato dieci anni fa "Nessuno tocchi Caino", la lega internazionale per l´abolizione della pena di morte. Com´è nata quest´avventura politica?

Nell´estate del 1991 avevo coordinato la campagna internazionale del Partito Radicale per la grazia nei confronti dei golpisti contro Gorbaciov (Kasbulatov, Ruzkoj e altri), accusati di alto tradimento. Un successo clamoroso. Superando ogni nostra aspettativa, raccogliemmo l´adesione vincente di centinaia di Premi Nobel e di migliaia di parlamentari da tutto il mondo. A quel punto, su proposta di Pannella, decidemmo di attrezzarci per conseguire un obiettivo più generale: entro dieci anni, la moratoria universale di tutte le esecuzioni capitali. "Nessuno tocchi Caino" deve il suo nome a un passo della Genesi. Pochi lo sanno, ma fu mia moglie a insistere che la sua traduzione non contemplasse il verbo "uccidere", come allora comunemente si usava. Nel 1995 - Maria Teresa non c´era più - con l´enciclica "Evangelium Vitae" di Papa Wojtyla, per la prima volta comparve nel passo della Genesi una traduzione -a cura di monsignor Gianfranco Ravasi, massima autorità vivente nello studio dei sacri testi scritti in ebraico - molto più vicina al nostro "Nessuno tocchi Caino" che non alle precedenti versioni ufficiali della Bibbia. Un altro dei successi postumi di Maria Teresa.

Di strada da allora ne avete fatta veramente tanta.


Sono stati anni incredibili. Volendo ricorrere a un altro classico della letteratura cinematografica americana, stavolta mi sono sentito come John Belushi ne "The Blues Brothers": in missione per conto del Signore. Abbiamo viaggiato in tutti i continenti, conosciuto Capi di Stato e grandi personalità della cultura e della politica, visitato decine di bracci della morte negli Stati Uniti, incontrato i condannati a morte. Cercando di affermare ovunque il principio fondamentale dell´indisponibilità per lo Stato della vita di un suo cittadino, anche se questi è un Caino che si è macchiato dei crimini più orrendi. Cercando di far passare almeno l´idea di una moratoria delle esecuzioni, cioè di un compromesso con la pena di morte. A dieci anni dall´inizio del nostro lavoro siamo sul punto di farcela e possiamo dire di aver rispettato i tempi che allora ci eravamo dati con Marco e Maria Teresa. Il governo italiano ha infatti annunciato che a novembre - in occasione della prossima assemblea generale dell´Onu - proporrà il voto sulla moratoria universale di tutte le esecuzioni capitali.
I numeri perché la mozione venga approvata ci sono.

Incrociamo le dita: sarebbe il finale azzeccato di un film niente male.