Roma, 23 giugno 2000 Documento audiovisivo della conferenza stampa di presentazione del Rapporto 2000 sulla pena di morte nel mondo curato dall'associazione Nessuno Tocchi Caino. (su Radioradicale.it)

NESSUNO TOCCHI CAINO
La Pena di Morte nel Mondo
Rapporto 2000

Marsilio Editori, Lire 22.000

 

INGRANDISCIE’ il terzo anno consecutivo per il quale Nessuno tocchi Caino ha redatto un rapporto sulla pena di morte nel mondo. E’ dedicato quest’anno a Giovanni Paolo II, che nel corso dell’anno più di ogni altro è intervenuto contro la pena di morte e a difesa di condannati in varie parti del mondo. L'appello più forte lo ha rivolto durante il viaggio in America nel gennaio scorso: "La pena di morte è crudele e inutile. La società moderna ha altri mezzi per proteggersi dai criminali, senza togliere loro definitivamente l’opportunità di cambiare". In occasione della visita del Papa, il Missouri ha rinviato e poi commutato una esecuzione che era prevista per lo stesso giorno.

Nel corso del 1999, altri paesi hanno rinunciato a comminare o praticare la pena capitale. Lo hanno fatto: la Russia con la decisione della Corte Costituzionale di dichiarare illegittime le sentenze capitali e del Presidente Boris Eltsin di commutare per decreto tutte le condanne; l’Albania e l’Ucraina con una decisione analoga della loro Corte Costituzionale, alla quale è seguita la ratifica del Sesto Protocollo alla Convenzione Europea sui diritti umani che impone l’abolizione della pena di morte; le Bermuda, il Nepal, Timor Est ed il Turkmenistan che l’hanno abolita anche per i crimini ordinari.

Sul fronte delle esecuzioni, la situazione sembra migliorata, anche se i dati sono sicuramente più alti di quelli ufficiali. Il fatto è che molti paesi mantengono le informazioni sulla pena di morte segrete o riservate per non incorrere in condanne da parte della comunità internazionale, segno che "giustiziare" i propri cittadini non è più un comportamento di cui andare fieri.

Nazioni Unite.

Il 28 aprile 1999, la Commissione per i Diritti Umani ha approvato per il terzo anno consecutivo la risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali. Ma l’iniziativa all’Onu ha subito una grave battuta d’arresto nella sessione del 1999 dell’Assemblea Generale. Una risoluzione per la moratoria delle esecuzioni è stata prima presentata e poi ritirata. L’Unione Europea ha perso un’occasione unica, simbolicamente forte nel passaggio di millennio, per una presa di posizione della Comunità internazionale.

Europa.

L’Europa è ormai un continente libero dalla pena di morte, una realtà acquisita in pochissimi anni, grazie alla politica del Consiglio d’Europa che ha posto l’abolizione come condizione per i paesi che volessero farne parte. In questo modo, quasi tutti i paesi dell’ex blocco sovietico sono passati sul fronte abolizionista.

Oggi, in Russia, non ci sono più né condanne né condannati a morte. L’unica eccezione ha riguardato la regione secessionista musulmana della Cecenia dove a marzo due persone sono state fucilate, dopo che erano state condannate a morte da un tribunale che applica la Sharia.

Rimane in sospeso la Turchia, un po’ dentro e un po’ fuori i confini dell’Europa, ma l’accettazione da parte dell’Unione Europea della sua candidatura a farne parte può accelerare i tempi dell’abolizione della pena di morte che salverebbe la vita di Abdullah Ocalan e delle decine di condannati a morte in attesa di esecuzione.

All’interno dell’Unione Europea, l’Italia rimane il paese leader nell’iniziativa internazionale contro la pena di morte. Il 12 dicembre, è stata inaugurata l’iniziativa "Il Colosseo illumina la vita". L’antico monumento, simbolo di Roma, è diventato il "testimonial" della campagna mondiale contro la pena di morte.

Americhe.

Il continente americano è, dopo quello europeo, il più libero dalla pena di morte. Fanno eccezione gli Stati Uniti e i Caraibi.

Negli Stati Uniti, nel ‘99 le esecuzioni sono state 98, 30 in più rispetto all’anno precedente e il numero più alto dal 1951. 35 di queste sono avvenute in Texas, che ne ha compiute 222 delle 650 effettuate in Usa da quando nel 1976 la Corte Suprema ha reintrodotto la pena di morte. 135 esecuzioni sono avvenute sotto l’amministrazione di George W. Bush, candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, che si autodefinisce orgogliosamente "il Governatore Legge & Ordine".

La pena di morte in Usa è anche una questione di bianco e nero. Dal 1976, 11 bianchi sono stati giustiziati per aver ucciso dei neri, mentre 155 neri sono stati giustiziati per aver ucciso dei bianchi. La pena di morte negli USA è anche una specie di bizzarra lotteria. Solo un assassino su 15 viene condannato a morte, e secondo lo studio del Prof. James Liebman della Columbia University, il 68% di 4.578 casi di condanne capitali, pronunciati tra il 1973 e il 1995, erano stati riesaminati. Dopo le revisioni, il 7% dei condannati è stato dichiarato innocente, mentre l’82% ha ricevuto pene meno pesanti. Dal 1973, 89 persone sono state scarcerate dai bracci della morte perché scoperte innocenti. Un altro studio ha valutato che dal 1900 al 1985 erano state erroneamente condannate per reati capitali 350 persone, 23 delle quali erano state giustiziate.

Il forte impegno contro la pena di morte delle chiese e dei leader religiosi ha fatto breccia nell’opinione pubblica e tra i leader politici del paese. Un sondaggio Gallup del febbraio ’99 ha rilevato il 71% di favorevoli alla pena di morte per i responsabili di omicidio, e il 22% di contrari. Un sondaggio del febbraio scorso ha registrato un ulteriore calo, il 66%, a favore della pena capitale. È la più bassa percentuale di favorevoli da 14 anni ad oggi negli Stati Uniti. Nel ’99, sono stati 5 i provvedimenti di clemenza firmati da 5 diversi governatori: un numero così alto non si era mai visto dal 1976. 14 Stati hanno presentato proposte di legge abolizioniste o di moratoria, tutte motivate con l’alto numero di errori giudiziari e, in Illinois, il Governatore George Ryan ha stabilito una moratoria delle esecuzioni.

Nei Caraibi, la forca in disuso da molti anni è tornata di recente a proiettare la sua ombra sinistra. I campioni delle esecuzioni nei Caraibi nel 1999 sono stati Trinidad & Tobago e Cuba. A Trinidad le esecuzioni sono state 11, tra cui quelle di Dole Chadee e di altro otto membri della sua banda di trafficanti di droga, giustiziati nel giro di pochi giorni, la prima impiccagione in 5 anni.

Le esecuzioni a Cuba nel 1999 sono state almeno 12 nei primi cinque mesi dell’anno, ma la pena di morte è applicata più di quanto sia ufficialmente ammesso. In maggio sono stati giustiziati Sergio A. Duarte Scull e Carlos R. Peláez Prieto, condannati a gennaio per l’uccisione di due turisti italiani, Fabio Usubelli e Michele Niccolai, avvenuta nel settembre 1998.

In contro tendenza la situazione nella colonia britannica delle Bermuda che a dicembre hanno abolito l’impiccagione e la fustigazione. L’ultima esecuzione era avvenuta nel 1997, quando 2 uomini furono impiccati per avere assassinato il Governatore territoriale.

Asia.

L’Asia si è confermata anche quest’anno il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo, spesso eseguita secondo i dettami letterali della Sharia e applicata a crimini nonviolenti e lievi.

Il primato delle esecuzioni nel 1999 spetta ancora alla Cina con le oltre mille esecuzioni imposte anche per corruzione e reati economici o finanziari, per droga, per pratiche religiose o espressione di coscienza e per molti altri reati nonviolenti. In giugno, in previsione della "Giornata Internazionale Contro la Droga", sono state giustiziate oltre cento persone accusate di traffico di droga. Anniversari e festività in Cina sono occasioni propizie per mandare a morte assassini, trafficanti e corrotti. Almeno 55 esecuzioni sono state disposte in prossimità delle festività del Capodanno Cinese.

Il 20 dicembre ’99, il Portogallo ha restituito alla Cina l’ex colonia di Macao, consegnando alla Cina anche un pezzo di diritto e di cultura europea. Durante i negoziati in vista della restituzione, ha chiesto anche accurate garanzie sulla non reintroduzione della pena di morte. Il 29 novembre, il Governo cinese ha informato il Governo portoghese che la pena di morte in vigore in Cina non sarà estesa a Macao.

In Iran, fonti Onu hanno riportato almeno 138 esecuzioni nel solo periodo gennaio-agosto, ma fonti dell’opposizione ne hanno denunciate almeno 600 avvenute dopo la protesta studentesca dell’estate. Il 14 aprile, Ahmad Asqarpour è stato lapidato in pubblico a Babol per aver ucciso i suoi tre figli. Ha ricevuto 60 frustate prima della lapidazione, alla quale ha dato inizio, lanciando la prima pietra, il giudice che aveva emesso la sentenza. Il fratello della vittima e altri parenti erano in prima fila e lanciavano pietre con rabbia.

Le esecuzioni in Iraq nel 1999 sono state almeno 777, 34 delle quali confermate ufficialmente. 106 detenuti politici sono stati uccisi a gennaio nel corso di tre esecuzioni di massa nella prigione di Abu Ghurayb. Il corpo dei giustiziati non è stato restituito alle famiglie, ma sepolto di notte in una zona occidentale di Baghdad.

In Arabia Saudita, il numero delle esecuzioni è aumentato bruscamente nell’ultimo anno, passando dalle 29 del 1998 alle 99 del 1999, tra cui quelle di 4 donne e 59 stranieri. La Sharia, applicata rigorosamente, prevede anche l’eventualità che un parente stretto della vittima possa risparmiare la vita al condannato in cambio di un indennizzo in denaro, il cosiddetto "prezzo del sangue".

Terra di Sharia dura e pura è anche l’Afganistan, dove nel ’99 almeno 14 esecuzioni pubbliche sono state riportate. Il 30 aprile, allo stadio di Kabul, Mohammed Ullah, condannato per omicidio, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dal fratello della vittima, davanti a una folla di 3.000 persone. Nello stadio, come fanno tante famiglie in una calda mattina d’estate, alcuni abitanti di Kabul hanno poi consumato un picnic.

La Corea del Nord, che tra il 1995 e il 1998 ha effettuato più di 750 esecuzioni pubbliche, nel ’99 ne ha compiute almeno 47. Dopo le esecuzioni, la polizia incita la folla a lanciare dei sassi contro i corpi come segno del loro odio verso i criminali.

Nello Yemen, le esecuzioni sono state almeno 34 nel ’99. A giugno, un uomo condannato a morte per un duplice omicidio è stato fucilato in pubblico e poi crocifisso in una piazza nella città di Taiz, nel nord del paese. Il giornale Al Thawra ha riferito che il corpo è stato legato ad una croce nel luogo dove aveva commesso gli omicidi.

In Tailandia, il numero dei detenuti giustiziati a Bang Khwang, la prigione alla periferia di Bangkok dove hanno luogo le esecuzioni, è arrivato a 17 quest’anno, in confronto ai 2 soli dell’intero 1998. Tra questi, Samai Pan-intara, una donna di 59 anni, trafficante di droga fucilata a novembre insieme ad altri due detenuti accusati di omicidio. È stata la prima donna giustiziata negli ultimi 20 anni.

Anche Singapore ha aumentato nel 1999 il numero delle esecuzioni: 15, fino a luglio, tra cui una donna e due stranieri, quasi tutti impiccati per traffico di droga.

Nello Sri Lanka, l’ultima esecuzione è avvenuta il 23 giugno 1976, ma ad ottobre hanno cominciato a circolare voci sull’imminente ripresa delle esecuzioni. I 114 condannati a morte, comprese 4 donne, rinchiusi nelle carceri di Welikada e Bogambara hanno mostrato segni di nervosismo dopo aver appreso che il boia della prigione, disoccupato da tanto tempo e passato a ruolo impiegatizio, era stato convocato per un corso di "ripasso".

Problemi col boia anche in India dove le ultime esecuzioni sono avvenute nel ’95. La prigione centrale di Vadodara che non ospitava da decenni un condannato a morte, non ha un boia. Ad ogni modo, una cella accanto al patibolo è stata dipinta di bianco. Rimasta chiusa per molti anni e spesso usata per tenervi la legna da ardere, nella cella, fino a poco tempo fa, gli uccelli si accalcavano sulla forca. Sonia Gandhi, a novembre, ha perorato la richiesta di commutare la pena di morte di S. Nalini, madre di una bambina piccola, condannata per l’assassinio del marito, l’ex Primo Ministro Rajiv Gandhi, avvenuto nel 1991. "Non si può rendere orfano o far soffrire nessun bambino con un atto dello stato", ha detto la Presidente del Congresso.

Le Filippine, a febbraio, nonostante gli appelli del Papa e della Comunità internazionale, hanno giustiziato Leo Echegaray, che era stato condannato per lo stupro di una bambina di 10 anni, sua figlia acquisita. E’ stata la prima esecuzione dopo 23 anni di abolizione legale o di fatto della pena di morte.

Sono state almeno 8 le esecuzioni in Pakistan quest’anno e ci sono 3.728 detenuti nel braccio della morte, tra i quali 107 minorenni. Secondo Asma Jehangir, pakistana e Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulle Esecuzioni Extragiudiziarie, Sommarie e Arbitrarie, ogni 5 processi, 1 si conclude con una condanna a morte, una percentuale tra le più alte al mondo.

Ma l’Asia non è stato nel ’99 soltanto un luogo di morte e di esecuzioni. Il 1° maggio, il Nepal ha abolito completamente la pena di morte, dopo che già nel 1990 l’aveva abolita per i reati ordinari. In questa occasione il Ministro della Giustizia Tirtha Man Shakya ha dichiarato: "Il Nepal è stato più coraggioso degli Stati Uniti e di altri Paesi sviluppati. Il Nepal è di esempio nel campo dei diritti umani".

Il 27 novembre, la condanna a morte è stata formalmente abolita a Timor Est dall’amministratore pro-tempore dell’ONU Sergio Vieira de Mello, insediatosi nell’ottobre ’99, alla fine dell’occupazione indonesiana.

 

Africa.

L’Africa è il continente con il più alto numero di paesi abolizionisti de facto, i quali prevedono la pena di morte ma non la eseguono da decenni, ma è anche il luogo dove passi indietro verso la reintroduzione o la ripresa delle esecuzioni sono sempre possibili, soprattutto a seguito di guerre civili o colpi di stato.

Era stato il caso nel 1998 del Ruanda che aveva fucilato in pubblico 22 persone responsabili dei massacri del 1994 costati la vita a più di un milione di Tutsi e Hutu moderati, un genocidio per il quale opera in Tanzania il Tribunale Penale Internazionale dell’Onu che come pena massima prevede l’ergastolo. Una quarantina di imputati di genocidio hanno preferito consegnarsi a questo tribunale dell’Onu piuttosto che finire nelle carceri ruandesi dove 125.000 detenuti attendono un processo che può finire con la pena di morte.

E’ il caso oggi della Repubblica Democratica del Congo dove il governo di transizione guidato da Laurent Kabila continua a fronteggiare una rivolta dei ribelli Tutsi che occupano la zona orientale del paese. Almeno 100 i giustiziati nel paese, quasi tutti in pubblico, il numero più alto nel continente africano nel ’99. Ma il 15 dicembre, il Governo congolese ha liberato 156 condannati a morte, tra cui molti oppositori politici, iniziativa presa in occasione del 51° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Al secondo posto per numero di esecuzioni in Africa è l’Uganda che il 28 aprile ha giustiziato 28 persone nella prigione di Luzira a Kampala. I detenuti erano stati avvertiti con tre giorni di anticipo perché avessero modo di salutare i parenti, ordinare dei pasti speciali, e pregare.

Lo Swaziland, smanioso di riprendere le esecuzioni ferme dal 1982, continua ad avere problemi con il boia. "Se uno fa il boia nessuno gli si vuole avvicinare, non trova amici. È un lavoro che condanna alla solitudine", ha dichiarato il Ministro dei Lavoratori Statali e dell’Informazione, Muntu Mswane:

In Sudafrica, nel 1999, i partiti di opposizione hanno continuato a chiedere la reintroduzione della pena di morte, ma il presidente Nelson Mandela ha dichiarato che la pena di morte non sarebbe stata reintrodotta fin quando l’African National Congress fosse stato al potere. Il dibattito si è placato dopo le elezioni del 2 giugno che hanno visto una maggioranza schiacciante in parlamento dell’ANC e Thabo Mbeki eletto nuovo presidente del Sudafrica.

 

Prospettive abolizioniste.

A livello Onu.

Il 26 aprile scorso, la Commissione dell’Onu per i Diritti Umani ha approvato a Ginevra, per il quarto anno consecutivo, una risoluzione presentata dall’Unione Europea per la moratoria delle esecuzioni in vista della completa abolizione della pena di morte. Sponsorizzata da 70 paesi, la risoluzione ha avuto 27 voti a favore, 13 contrari e 12 astenuti. Con questo voto l’Unione Europea ha iniziato a riscattarsi dopo la pessima figura registrata nel novembre scorso all’Assemblea Generale di New York. Ora, tutti si attendono che si assuma fino in fondo l’impegno di portare al voto la proposta di moratoria universale delle esecuzioni in una prossima Assemblea Generale dell’Onu. Un voto ed un testo come quelli espressi a Ginevra, se confermati in Assemblea Generale, equivarrebbero all’affermazione di un nuovo diritto umano, il diritto a non essere uccisi a seguito di una sentenza o misura giudiziaria.

 

A livello nazionale.

Africa: Nigeria, Mali e Senegal.

Paese mantenitore della pena di morte, la Nigeria, fino al ’98, ha goduto di una pessima reputazione nel campo dei diritti umani dopo l’esecuzione avvenuta nel 1995 dello scrittore Ken Saro-Wiwa e di 8 attivisti dei diritti umani appartenenti alla minoranza Ogoni. Ma dopo l’entrata in carica del nuovo Governo, il 29 maggio ‘99, la situazione è cambiata. Il nuovo Governo ha posto termine a 15 anni di regimi militari e la Nigeria è stata riammessa tra le nazioni del Commonwealth, dal quale era stata sospesa nel 1995. Il neoeletto Generale Olusegun Obasanjo, un militare che nel 1995 aveva rischiato di essere condannato a morte per l’accusa di aver organizzato un colpo di stato, ha ordinato la scarcerazione di migliaia di persone che erano detenute da oltre due anni in attesa di processo. In un suo libro pubblicato in novembre, This Animal called Man, basato sui racconti che ha sentito durante la sua detenzione con le storie di persone innocenti imprigionate e anche giustiziate, il presidente Obasanjo ha preso posizione contro la pena di morte.

Il Mali e il Senegal sono tra i paesi africani del mondo islamico abolizionisti de facto che a Ginevra, dissociandosi dal ‘no’ della Conferenza Islamica alla risoluzione contro la pena di morte, hanno, come il Mali, cosponsorizzato la risoluzione o si sono astenuti nel voto finale come ha fatto il Senegal. Nel Mali, l’ultima esecuzione è avvenuta nel 1980. Il 10 dicembre ‘97, in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani, il Presidente Alpha Oumar Konarè ha dichiarato la sua opposizione alla pena di morte. Tutte le condanne a morte sono state convertite in ergastoli. In Senegal, l’abolizione formale della pena di morte non è mai stata oggetto di dibattito politico, né a livello istituzionale né a livello sociale. Comunque tutte le forse politiche concordano sull’opportunità di non applicarla. Fino ad oggi le condanne a morte sono state solo 4, 2 per reati politici, e 2 per reati comuni. Il Senegal è stato il primo a ratificare lo statuto del Tribunale Penale Internazionale che esclude la pena di morte per i crimini di guerra e contro l’umanità.

 

Asia: India; Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan; Corea del Sud.

Pur mantenendo la pena di morte, l’India non compie esecuzioni da almeno cinque anni e si è astenuta nel voto sulla risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali approvata negli ultimi quattro anni dalla Commissione diritti umani dell’Onu. Il dibattito interno sulla pena di morte è stato molto ricco di posizioni a favore dell’abolizione, e si è particolarmente acceso a partire dalla condanna a morte di quattro persone per l’omicidio dell’ex primo Ministro Rajiv Gandhi. Le principali personalità abolizioniste del paese come Sonia Gandhi e rappresentanti dei partiti nell’ultimo anno si sono espressi per l’abolizione della pena di morte, tra cui il Segretario Generale del Partito Samata, Jaya Jaitly, schierato decisamente contro la pena capitale; Ponnuswamy, che è anche il Segretario Generale del Pattali Makkal Katchi (PMK); il Primo Ministro del Tamil Nadu, M. Karunanidhi; il Dravidar Kazhagam (DK) che, in una risoluzione, ha insistito per la cancellazione della pena di morte; l’ex direttore generale della polizia, V. R. Lakshminarayanan, e K. G. Kannabiran, presidente nazionale del PUCL, i quali hanno detto che la pena di morte non è consona con l’immagine di una società civile; il segretario generale Vaiko del MDMK, partner della coalizione al Governo guidata dal BJP, e il leader del Tamils National Movement, P. Nedumaran, i quali hanno chiesto al Primo Ministro Atal Bihari Vajpayee di prendere iniziative per abolire la pena di morte.

Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan, sono tutti paesi sulla carta mantenitori, dai quali però stanno giungendo incoraggianti segnali abolizionisti. Il Kazakistan ha già fatto qualche passo in avanti con il nuovo codice penale entrato in vigore il 1° gennaio del 1998, nel quale i reati passibili di morte in tempo di pace sono stati ridotti da 18 a 3. Il Presidente Nursultan Nazarbayev ha affermato che un sostegno finanziario per la costruzione di nuove prigioni potrebbe incoraggiare il processo abolizionista. Nel settembre ’99, il Ministro della Giustizia Baurzhan Mukhamedzhanov parlando del programma di riforme legali ha detto che il governo, tra l’altro, si propone "di continuare una politica di riduzione graduale dell’applicazione della pena di morte, con l’intenzione di abolirla completamente". In teoria, la sostituzione della pena di morte con l’ergastolo dovrebbe essere prevista per il 2003. Il Kirghizistan sta attuando una moratoria legale delle esecuzioni che scade il 5 dicembre del 2000. Il codice penale del 1998 ha ridotto drasticamente il numero dei reati capitali. In Uzbekistan, il nuovo Codice Penale del 1995 ha ridotto da 30 a 13 i reati per i quali è prevista la pena di morte. La pena di morte è stata abolita per le donne e per i minori di 18 anni. Il 29 agosto ‘99, il Parlamento ha abolito la pena di morte dal nuovo codice per altri 5 reati. In Tagikistan, la pena di morte è in vigore per 41 reati e non può essere inflitta ai minori di 18 anni, alle donne incinte e alle donne con bambini di età inferiore i 12 mesi. Un nuovo codice penale che ridurrebbe il numero di reati capitali sta per essere presentato al Parlamento.

Nella Corea del Sud, in un seminario sulla pena di morte che si è svolto nel maggio ‘99, la Commissione Giustizia e Pace, che dipende dalla Conferenza Episcopale coreana, ha dato inizio ad una lunga battaglia contro la pena capitale. Nel dicembre ’99, un gruppo di legislatori coreani stava lavorando per bandire la pena di morte per la prima volta nella storia del paese. Più di 75 legislatori, sia dei partiti al governo che dell’opposizione, hanno firmato la legge.