Lettera aperta a Gad Lerner
Sentinella del male
La Stampa, 1 ottobre 2000 - di Barbara Spinelli
Mentre sta meditando nel suo ritiro che è il capodanno ebraico, vorrei rivolgermi a Gad Lerner con una richiesta. Non so quale sarà la sua decisione: se ritirerà le dimissioni dopo il filmato sui pedofili, o se abbandonerà la direzione del Tg1. Questa è una lettera che gli invio nel caso resti in carica: fedele alla consegna, come spero. La mia domanda non è un consiglio ma una vera preghiera, formulata dal telespettatore che sono quando accendo il video.
La prima cosa che vorrei chiedergli è semplice: che esca più forte e più libero dalla sventura che ha traversato, che corregga magari la presentazione delle immagini ma che non rinunci in alcun modo a trasmetterle, a farmele vedere, a sconvolgere i miei giorni, le mie sere. Che faccia tutto, eccettuato quello che molti gli suggeriranno: mostrare i lati più gradevoli e buoni della vita, imbellire i fatti, trasformare il Tg in una permanente domenica pedagogica.
Che non mi mostri il Kitsch, che tanto piace agli avversari dei mezzi audiovisivi: il Kitsch che non presenta il mondo com’è, ma come ciascuno di noi - e ciascun partito - vorrebbe che fosse. Ricordi, Gad Lerner, i villaggi Potemkin? Li aveva fatti costruire in gran fretta il principe omonimo, lungo le rive del Dniepr, per impressionare Caterina II durante un viaggio in Crimea nel 1787. I villaggi erano di cartapesta, e c’erano attori che si atteggiavano a falsi pastori. Il beniamino dell’imperatrice aveva inventato la menzogna di Stato, la fiaba della felicità, del progresso. Tutte le immagini, i film, i giornali tv dei regimi totalitari ci hanno proposto questa deturpazione della realtà. Nei totalitarismi è bandita la cronaca nera: la verità è una e sempre entusiasta. Un ex detenuto dei Gulag, Jacques Rossi, mi disse una volta che la voce Villaggio Potemkin scomparve dalle enciclopedie sovietiche e dal Dizionario dell’accademia delle scienze, a partire dagli Anni 30.
Per cortesia, fateci vedere quel che volete in Tv, ma non i villaggi Potemkin. Ho visto i filmati di mercoledì sui bambini spogliati e frugati dalle mani dei pedofili, e lo scuotimento è stato intenso. Mi sono chiesta anch’io come mai il telegiornale li mostrasse senza commento, o pudore. E siccome le parole pesano, sono convinta anch’io, come Umberto Galimberti, che la violenza sui bambini non debba chiamarsi pedofilia: pedofilia è amore dei bambini, e in quel crimine degno di Sade non v’è traccia di amore. Ma non c’è pudore quando nelle stesse ore serali, alla televisione, capita di vedere l’ultimo respiro di un bambino affamato in Africa.
Non ci fu pudore quando il telespettatore vide migliaia di cadaveri dei tutsi galleggiare nei fiumi del Ruanda, amputati col machete durante il genocidio del ’94. Non c’è un modo verecondo, ingentilito, di mostrare gli uomini e le donne che i nazisti annientarono a Auschwitz, dopo l’ultima umiliazione che era la nudità forzata. Questo giornale ha detto una cosa molto giusta: «non l’informazione, ma la vita è oscena». L’immagine televisiva non è paragonabile alle notizie stampa, o ai racconti dei libri. Colpisce all’improvviso, non ci si può sottrarre girando pagina. Senza preavviso, lo schermo alza il sipario su qualcosa di orrendo, su un’oscenità della vita che da sempre viveva accanto allo spettatore ma non vista, non pensata, quindi inesistente.
D’un tratto quel che non si riesce a capire né a dire irrompe nelle esistenze private, sotto forma di fotogramma o filmato, e naturalmente crea turbamento, angoscia. Ricordo di aver provato simili turbamenti quando vidi le immagini di neonati e donne sgozzate dai terroristi islamici in Algeria, o i filmati sui Lager per musulmani di Omarska in Bosnia. Feriscono le immagini efferate, ma fa ancora più male il silenzio. E sono infinitamente più dannose le felicità artefatte divulgate dalle televisioni kitsch: quelle totalitarie e a volte in Italia anche quelle private, che si sforzano di non intristire i telespettatori. Assai più temibile dell’imbarbarimento del linguaggio è, secondo me, il suo abbellimento ottimista. Questo è un invito a Lerner: che non si astenga dal turbarci, perché il turbamento fa male, non di rado offende, ma aiuta a pensare l’impensabile, l’indicibile. Già abbiamo conosciuto la tv pedagogica, che nega l’oscenità di cui l’uomo è capace. Questo secolo è colmo di oscenità, e non stiamo entrando in un mondo migliore.
Lo diceva già Broch, che il Kitsch «come menzogna ricade sull’uomo che ne ha bisogno, e cioè su chi si serve di questo riguardosissimo specchio per potersi riconoscere nell’immagine contraffatta che gli rimanda, e per potersi confessare nelle proprie bugie». Sembra una storia secondaria - un capitolo del vaudeville politico italiano - quest’avventura di Lerner e di Rizzo Nervo del Tg3. Invece è tutt’altro che vaudeville. E’ un dramma della modernità, e del ’900 cruento che ancora vive sotto i nostri sguardi. Si tratta di sapere se siano da accettare o respingere le immagini che demoralizzano, che sommuovono le certezze sulla bontà dell’uomo, e che in definitiva sconsolano. Non è problema di destra o sinistra, ma di vero o di falso. E in ambedue gli schieramenti ci sono benpensanti, che non vogliono sconfortarsi o disperare dell’uomo. Che hanno dimenticato Pascal, e le sue descrizioni dell’umanità come ospedale di alienati.
La questione del male resta ostica pur essendo fondamentale, e non a caso nelle recenti discussioni italiane tra cattolici e laici è stata aggirata: l’interrogativo riguarda la ragione, difesa e opposta polemicamente alla fede, e le sue presunte glorie. Le polemiche dei laici sono certo adeguate, contro le ingerenze della Chiesa nella politica nazionale. Ma c’è qualcosa di troppo ottimista nei loro argomenti: i villaggi Potemkin incombono anche quando si esalta l’uomo conquistatore di universi, e quando ci si scaglia contro l’unico monoteismo - il cristianesimo cattolico - che ha saputo imparare dai propri errori e dalle guerre di religione, separando con prudenza religione e politica. C’è qualcosa di troppo imbellente nell’elogio di una ragione autosufficiente, fiduciosa nell’umanità e nelle sue leggi positive. In questo momento, la Chiesa è ben più pessimista: non solo sulla natura umana, ma sulla potenza stessa della religione. Il Papa giunge sino a dire che i cittadini d’Europa vivono «come se Dio non esistesse», e mette in guardia contro le fedi ridondanti, non ragionevoli (i fideismi, le superstizioni denunciate nell’enciclica Fides et Ratio). Sicché varrebbe forse la pena ascoltare il cardinale Ratzinger, prima di inveire. Ad esempio, quando osserva che «l’esperienza della collera di Dio si è completamente spenta», o quando ammette che il cattolicesimo vive una condizione di rovinoso isolamento, come Cristo nel versetto 6, 66 del Vangelo di Giovanni: «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”».
C’è bisogno di un nuovo inizio - così Ratzinger - che riproponga la replica di Pietro («Signore, da chi andremo?») e che si apparenti alla secessione della Chiesa Confessante nella Germania del ’34, quando i protestanti antinazisti ruppero con la Chiesa di Hitler (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 22-9-2000). O quando infine dichiara: «Ci possono essere convinzioni fondamentali che rendono la vita degna. Per esempio combattere l’intolleranza, il fanatismo, come pure l’impegno verso la libertà e il senso della generosità. Voglio dire che esistono valori che noi e gli atei possiamo condividere, nonostante la divisione nella fede. Sì, c’è un terreno comune di responsabilità». Della responsabilità di fronte al male Lerner si è occupato non poco nei telegiornali, e per questo lo incito a restar fedele al suo posto di sentinella. Non li ha nascosti, non ha smesso di interrogarsi sul cristianesimo, sulla convivenza tra religioni, sulla laicità, sull’immigrazione, sulla pena di morte.
Quel che gli chiedo è di non gettare la spugna, di non cessare di sorprendere, di scombussolare. Semmai ci faccia vedere ancor più crudamente le cose che non vanno: l’orrore degli orfanotrofi russi, già mostrato con crudezza sulla rete franco-tedesca Arte, è ancora da esplorare. E’ guardando in faccia le perversioni naziste che i tedeschi dell’Ovest hanno cominciato la loro catarsi: gli americani li obbligavano a guardare i film sui campi di sterminio, insopportabili a vedersi, in cambio delle razioni alimentari postbelliche. Le foto televisive o giornalistiche non chiudono la barbarie nel privato, nell’occulto, ma la mettono in mostra, trasgredendo omertà e confini. E’ la moltiplicazione delle immagini che ha permesso l’estendersi, in questo fine secolo, delle operazioni di soccorso mondiale. Sono stati i giornali e soprattutto le televisioni a rendere ineluttabile, necessario, l’intervento della Nato per salvare i deportati kosovari e riportarli a casa. Quando mancano le immagini - come nella guerra di Putin in Cecenia - l’avvenimento si dissolve nel nulla. C’è poi un altro motivo, per cui penso che Lerner non debba rinunciare alla sua libertà e indipendenza. Avendo trasmesso video brutali senza spiegazioni, il direttore del Tg1 ha presentato le sue scuse, nel corso del telegiornale.
Anche questo mi ha colpito. Non ricordo di giornalisti o intellettuali che avendo sbagliato o disinformato - nel presente secolo di crudeltà - abbiano mai chiesto scusa a lettori o spettatori. Immani menzogne sono state dette, ma la consuetudine di rendere i conti non esiste nel mestiere. I giornalisti godono di impunità sconosciute ai politici, e non conoscono la accountability: il dovere di rendere conto di quel che fanno, che dicono. Anche in questo Lerner ha innovato, e l’evento non è irrilevante.